sabato, 21 novembre 2009

La 'variabile umana autore'

Analizzare un’opera letteraria, sia essa romanzo, racconto, saggio o altra forma scritta, implica inequivocabilmente lettura e studio quanto meno delle sue caratteristiche principali.

Nelle modalità attuali, però, mi sembra ci sia sempre più frequentemente la necessità di focalizzare attenzioni sullo scritto in sé, eventualmente ‘rivoltandolo’ in ogni sua parte, entro elementi linguistici, stilistici, simboli, strutture, tematiche, gestione di spazi, tempi e personaggi nonché in alcuni – più rari – casi entro percezioni, sensazioni che la lettura dello stesso lascia.

Mi pare però, che in tutto questo l’autore tenda a scivolare, la sua voce resta frequentemente inascoltata o appena percepita. Non si tratta di ‘chiedere’ all’autore ‘qualcosa’ sul suo lavoro, si tratta piuttosto di scavare assieme all’autore per rintracciare alcune variabili che hanno definito la formulazione del nocciolo dell’opera stessa.

Scrive Foucault: “ il testo porta sempre in se stesso un certo numero di segni che rinviano all’autore”. Questi segni che non sempre si rintracciano facilmente, o è possibile comprendere anche per difficoltà di tempi e opportunità, questi segni sono evidenze di una variabile importante altrettanto quanto le altre sopraelencate (lingua, stile, forma, scelte espositive…).

L’impressione che ho, a pelle, è che la ‘variabile autore’ che in realtà è una ‘variabile umana’ attualmente sia la prima a subire eliminazioni quando ci si avvicina a un’opera. La ‘variabile umana’ non è dunque, come anticipo poco sopra, un approccio da richiesta diretta, intervista o formule simile, non solo. E’ l’ammissione e il tentativo di guardare negli occhi l’autore, ascoltare la sua voce e trarne considerazioni, analisi anche alla luce delle sue opere. L’autore è variabile, non esclusiva io credo, non prioritaria ma resta uno degli spicchi che compongono l’intero. Un intero che è poi cresciuto, si è coltivato ‘oltre’ le mani, l’immaginazione, gli intenti di chi l’ha seminato. Eppure in quell’intero una piccola fetta è ‘variabile umana-autore’.

Ma oggi non c’è tempo per approfondire tutto, non c’è la possibilità pratica di entrare in un’opera letteraria in ogni sua piega. Allora il primo ‘taglio’ è quello della carne pulsante. La variabile forse più ingestibile. Quella che scatena problematiche anche logistiche (trovare il modo e lo spazio per incontrare l’autore, ascoltarlo, seguirne voce e corpo). E’ la variabile che meno si presta a definizioni e regolamentazioni schematiche. Le altre, come la lingua, le strutture, le scelte stilistiche e di approccio verso una storia; le altre sono comunque mediamente riconducibili a ‘schemi’ più o meno ‘universali’ e applicabili nella analisi di critica letterarie. L’umano no. L’umano sguscia.

Scrive Foucault: “ Mi sembra, per esempio, che la maniera con cui la critica letteraria ha, per molto tempo, definito l’autore – o piuttosto costruito la forma-autore a partire dai testi e dai discorsi esistenti – sia derivata abbastanza direttamente dalla maniera con cui la tradizione cristiana ha autentificato (o al contrario rifiutato) i testi di cui disponeva. In altri termini, per ‘ritrovare’ l’autore nell’opera, la critica moderna usa degli schemi molto vicini all’esegesi cristiana quand’essa voleva provare il valore di un testo con la santità dell’autore.[…]… l’autore è ciò che permette di spiegare tanto bene la presenza di avvenimenti in un’opera quanto le loro trasformazioni, le loro deformazioni, le loro diverse modificazioni…[…] L’autore è ugualmente il principio di una certa unità di scrittura. […] L’autore è inoltre ciò che permette di sormontare le contraddizioni che possono svilupparsi in una serie di testi… […] Infine, l’autore è un certo centro di espressione che, sotto forme più o meno compiute, si manifesta altrettanto bene, e con lo stesso valore, in opere, in brogliacci, in lettere, in frammenti, ecc. […] Sarebbe altrettanto falso cercare l’autore dalla parte dello scrittore reale quanto dalla parte di quel locutore fittizio, la funzione-autore si effettua nella scissione stessa – in questa divisione e a questa distanza.”

La posizione entro cui ragiona Foucault, in realtà è quasi opposta rispetto a ciò che mi sembra di avvertire oggi, nel senso che ‘la critica letteraria moderna’ con cui Foucault si confronta afferra l’autore e lo radiografa per rintracciare in esso il valore dell’opera. In altri termini, ciò che era l’autore sulla base degli schemi valutativi; il suo peso specifico insomma, determina direttamente il ‘valore’ della sua opera che ne porta segni indelebili.

Ma oggi il processo pare invertito o comunque in contro tendenza (come osservazione generale evidentemente).

Si legge e si dibatte di libri, di scritture, e in molti casi poco o nulla si sa dell’autore. Ma soprattutto, sottolineo io, al di là di avere o meno informazioni biografiche ‘fredde’ o altre affini; soprattutto non lo si è mai visto direttamente, sentito parlare, ascoltato nel modo in cui comunica, per ciò che è. Allora – forse- è questo uno dei ‘vuoti’ lasciati dalla contemporaneità che preferisce stringere un certo numero di interni ‘monchi’ con parti mancanti e dunque impossibili da gustare e trattenere a pieno piuttosto che rinunciare a riempiere il proprio paniere.

Lo sforzo, potrebbe non essere, in realtà poi così ‘estremo’ e affaticante. Nel senso che pur nell’impossibilità di una comprensione ‘assoluta’ (che di fatto non esiste), il piccolo scarto, un passo verso il ‘fattore umano-autore’ arricchirebbe di molto la comprensione e la vicinanza o lontananza con un’opera.

Scrive ancora Foucault: “ Si tratta di togliere al soggetto (o al suo sostituto) il suo ruolo di fondamento originario, e di analizzarlo come una funzione variabile e complessa del discorso”.

Io oggi aggiungerei a margine:  Si tratta di recuperare la funzione variabile e complessa dell’autore entro un discorso nel quale non è né fondamento né estraneo bensì appunto variabile, ingrediente, parte.

La progressiva perdita o comunque scivolamento dell’approccio umano anche in storie che vivono nella carne della carta, ne favoriscono l’impoverimento. Approccio umano, come già accennato in precedenza, da intendersi in senso ampio, non sottintende conoscenze approfondite e perduranti nel tempo con l’autore bensì anche piccoli gesti concreti, come partecipare a iniziative, seguirne le tracce della voce appena oltre il margine del foglio. Cinque, quindici, trenta minuti? Ore? Non mi sembra poi così fondamentale la quantificazione.

Quello che so per certo, e non si tratta di teoria o dialettica bensì di constatazione basata sulla pratica diretta, è che l’assorbimento, la comprensione e la decodifica di un’opera, per me fin ora è stata enormemente più fonda e intensa quando mi è stato possibile almeno sfiorare la ‘variabile umana-autore’. Sfiorare.

 

 

[Estratti di Foucault dalla conferenza-dibattito del 22-02-1969 presso la ‘Société française de philosophie’]

 

Barbara Gozzi

21 novembre 2009

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sabato, 21 novembre 2009

La carne è la soggettività del corpo [Foucault]

La tecnica d'interiorizzazione, la tecnica della presa di coscienza, sul proprio corpo, sulla propria sessualità, sulla propria carne: mi sembra che sia questo il contributo fondamentale del Cristianesimo nella storia della sessualità. La carne è la soggettività del corpo, la carne cristiana è la sessualità presa all'interno di questa soggettività, di questo assoggettamento dell'individuo a se stesso, che costituisce il primo effetto dell'introduzione del potere pastorale nella società romana.[...] Non il divieto e il rifiuto, ma la costruzione di un meccanismo di potere e di controllo, che costituiva, nello stesso tempo, un meccanismo di sapere, di sapere sugli individui, ma anche di sapere degli individui su se stessi e per quanto riguarda se stessi..

[Conferenza all'università di Tokyo, 20 aprile 1978, Michel Foucault]
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venerdì, 20 novembre 2009

Quando la letteratura prende corpo su Letteratitudine



Quando la letteratura prende corpo

[qui il link]


nell'open blog di Massimo Maugeri

che ringrazio per l'ospitalità, l'ascolto e la sensibilità.


Il dibattito è aperto a tutti.


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giovedì, 19 novembre 2009

Attorno al corpo di Eluana Englaro: massmedialità (parte II)


Attorno al corpo di Eluana Englaro
sezione III: massmedialità

(seconda parte)


Su
AgoraVox
[QUI il link]


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Oggi si conclude la pubblicazione on line della sezione III di questo progetto.
A differenza delle precedenti e di quella che seguirà (con il contributo di Piero Bocchiaro), questa è la sezione che più ha richiesto un lavoro lungo, metodico, approfondito di studio, analisi, confronto,  'ascolto', riflessione.
L'intento è recuperare le divulgazioni della stampa con particolare attenzione alle modalità mediatiche attraverso le quali è stato presentato, considerato, riportato il corpo di Eluana Englaro. Tali modalità hanno evidentemente ripercussioni dirette nelle percezioni individuali di questo corpo, dei suoi significati sociali, politici, morali, etici fino a diramare tra fedi e credi soggettivi; nonchè negli eventuali 'usi' e trasformazioni in 'strumento' dello stesso.
L'intento dunque, non è filtrare bensì ri-consegnare ciò che la medialità ha già proposto, attraverso riprese e tentativi di riflessioni. La mia voce in quanto relattrice, curatrice del progetto, in questa sezione non c'è, non esprime del 'mio' ( *non* come dichiarazione d'intenti, di certo non di effettive risultanze che non spetta alla scrivente valutare).

Ringrazio Federica Sgaggio che ha collaborato al reperimento del materiale e all'analisi dello stesso.

Barbara Gozzi

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mercoledì, 18 novembre 2009

Gli occhi.

Ha le mani abbandonate davanti alla faccia. Non a coprirla, appena a sfiorarne gonfiori, protuberanze deformanti.
Sul tavolo
il collo molle si è plasmato sulla composta rigidità del legno fresco. Le spalle assestate in un'immobilità forzata dall'asse di equilibrio inanimato.
L'oscurità dei capelli nasconde pezzi di schiena allungandosi fino alla scollatura, i seni potrebbero sporgersi ma le ciocche li hanno affogati nel loro stesso respiro.
La discontinuità della pelle riaffiora lentamente, attende. Appena lo sguardo si concentra, si abitua a regolazioni di spessori, umori e consistenze. Il suo pallore è contrastato da chiazze intense, d'un rosa antico rubato alle tempere di altri banchi.
Resta un agglomerato storto, dall'alto, dal basso, lo sguardo non può evitarne l'inversione naturale. La rotazione nella posa, ossa e carni lasciate allo stantio d'un attimo perdurante. Il sangue, se c'è, se ancora resiste e si muove, non traspare. Dovrebbe, pensa l'occhio osservatore, eppure dovrebbe esserci, da qualche parte, magari entro una minuscola vena sporgente, ma dovrebbe. Invece no.
Una chiazza spessa collega lo spazio tra le ciglia. Un'irritazione che ha irruvidito i tessuti rendendoli seghettati, colline selvatiche. La fronte è appena una sequenza di strisce.
I capelli la proteggono. I capelli possono tutto perchè invadono, fagocitano, curano, annullano. I capelli le respirano sopra, la schiacciano come se potessero fonderla col tavolo di legno nocciola. Come se in quella posa forzata eppure lasciva, da caduta mai ripresa, come se potessero restituirla per ciò che è. Come se quel mutare forme di carne fosse un'essenza preziosa da trattenere, preservare, ancorare per non rischiare derive. Altre perdite.
Pezzetti di epidermide secca, morta, si staccano disperdendosi ovunque.  Infettano l'aria. Dal naso gocce di muco espongono teste tondeggianti, calde. In un angolo delle labbra, quello incurvato verso il basso, scende inesorabile un rivolo di saliva molle, raggrumata, che raggiunto il legno lo ammorbisce.
Ma.
Nel silenzio.
Spalancati, enormi, gialli e neri, restano l'unico residuo della precedente consistenza. Gli occhi.
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martedì, 17 novembre 2009

Giorgio Vasta: fatti sospesi, incapacità di fare i conti con la responsabilità

[Estratto da 'L'Italia è un paese gravitazionale' di Giorgio Vasta, on line sul Blog di Minima e Moralia - Bg.]

"La legge morale alla quale ci siamo ogni giorno addestrati, alla quale ci siamo assuefatti e che abbiamo per intero introiettato, ci dice che un fatto teoricamente pesante, un fatto grave, nel momento in cui viene lasciato sospeso non cade, resta sospeso, gonfiato dall’elio del nostro cosiddetto carattere nazionale: la tendenza all’indistinzione, la riduzione al farsesco, l’incapacità storica di fare i conti con la responsabilità. In altri termini, al prodursi delle cause non corrisponde il prodursi degli effetti. Il fatto grave non genera conseguenze, e se le conseguenze – le responsabilità connesse all’analisi delle conseguenze – sono ciò che misura la dimensione dei fatti, è come se questi fatti non ac-cadessero.
La scorsa estate, osservando la testa di Berlusconi fluttuare nel cielo – e con la sua anche le nostre – ho pensato che la scomparsa della gravità, o meglio la violazione sistematica di questo meccanismo in ambito morale, è uno dei modi in cui l’Italia dimostra di essere un paese non leggero ma inconsistente. Osservando la testa di Berlusconi ondeggiare impalpabile e delicata sulla gente mi sono reso conto che adesso – un adesso che perdura da almeno una quarantina d’anni e che è riuscito ad accelerare vertiginosamente negli ultimi quindici – l’Italia è un paese nel quale, ad altezze diverse, dappertutto galleggiano palloncini, fatti inconseguenti, cause senza effetti, come nella parata di una festa infinita.
Osservando la testa di Berlusconi tremolare indistruttibile all’orizzonte, chinarsi un attimo per un colpo di vento e risollevarsi subito come un coltello a molla, ancora con lo sguardo radioso fisso nel futuro, ho provato una struggente nostalgia della gravità. E ho sentito che mi manca l’aria."

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martedì, 17 novembre 2009

Inesistenze

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lunedì, 16 novembre 2009

Marco Mancassola: l'anno dei corpi

[QUI la versione integrale del pezzo, notevole per spunti, diramazioni e riflessioni generali. Bg]

[...]
Nel corso di questo anno ci sono stati dibattiti sull’opportunità di fondare analisi politiche in base a simili vicende. Sarà ricordato, dunque, anche come l’anno in cui tutti ci siamo chiesti, una volta per tutte, quale sia il confine tra pubblico e personale, tra corpo politico e corpo intimo.
[...]
Di mezzo non ci sono solo i corpi dei politici e non solo le questioni del sesso. Sempre più il corpo sarà campo di battaglia e senza sosta saremo chiamati a riflettere sulla nostra dimensione fisica, sul nostro essere più o meno liberi, sulla nostra capacità di vivere il corpo in modo il più possibile trasparente, ovvero in un modo che non ci renda ricattabili. L’Anno del Corpo ci renda più consapevoli.
[...]
Ma perché i discorsi sul corpo diventano tanto centrali? Per motivi che vanno oltre le solite ossessioni vaticane. Perché l’avanzare delle biotecnologie mette in subbuglio le biopolitiche; perché nel gioco contemporaneo ci sentiamo sempre più relegati al ruolo di cose intercambiabili; perché di fronte al tramonto di ogni orizzonte di senso condiviso, il corpo è tutto ciò che resta, unico sintomo della nostra incerta presenza. Molti possono essere i motivi, non ultimo il nostro trovarci a vivere nostro malgrado nello spettacolo totale. Ovvero in quella dimensione in cui la realtà ha sempre meno l’aroma della realtà, dove ognuno si sente obbligato a dare spettacolo di sé stesso dentro e fuori la rete, dove tutto, i nostri discorsi, i nostri incontri, i nostri gesti, sembra uscire dal copione di uno scadente show. In questo copione, la scena erotica è pur sempre la scena clou; il nostro corpo è il principale mezzo di performance.
[...]
Questa svolta percettiva, da tempo segnalata da vari studiosi, riguarda le generazioni giovani e non solo. Di fronte a essa il dolore dei corpi, con il suo realissimo dramma, irrompe come un imbarazzante problema, catalizzando attenzione spettacolare molto prima che umana pietà. A questo riguardo possiamo capire il dilemma di scelte come quella di Beppino Englaro, che decise di non diffondere le foto del corpo della figlia in stato vegetativo, di non immetterle cioè nel circolo mediatico dello spettacolo, pur sapendo che questo avrebbe forse aiutato la sua causa; o della famiglia di Stefano Cucchi, che ha invece diffuso le immagini del corpo massacrato del figlio, nonostante i pericoli dello spettacolo, proprio per ottenere l’appoggio dell’opinione pubblica.
[...]

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lunedì, 16 novembre 2009

Progetto 'i corpi nella letteratura italiana contemporanea': MISSION



[Cliccare sull'immagine per accedere a link su AgoraVox]

Alcuni punti del progetto:
WHY?
briciole seminate


Immagine di FotoRita [Alistar maniac] che si ringrazia.

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domenica, 15 novembre 2009

Corpi: i movimenti (dei collegamenti tra corpi in movimento, sentire, autori e arte)

[Questa prima parte è un estratto di alcuni appunti di prossima pubblicazione sul saggio 'Dissolvenze' a cura di N.Vallorani, Il Saggiatore, 2009 - Bg]

C’è un sottile filo, che richiama a un nodo centrale (fortemente attuale), negli scritti di Garlaschelli e Vallorani: i corpi come movimenti.

‘Movimenti’ da intendersi come azioni, gesti, carne che si sposta, fa, agisce. Ma sono ‘movimenti’ anche le mutazioni, i cambiamenti a cui i corpi sono soggetti malgrado ciò che si vorrebbe, malgrado le volontà e l’impegno di mantenerli sani, belli, perfetti nell’estetica consumistica che associa apparenza ad accoglienza vuota da accettazione sociale fugace.
I corpi sono movimenti.
Questo dicono gli scritti di Garlaschelli e Vallorani, che partendo da due punti distanti (l’accadimento che danneggiando il corpo ne limita le mobilità, sposta equilibri di movimenti anche basilari – per Garlaschelli – e la malattia, nella fattispecie l’Aids, che deturpa il corpo anche nel suo impatto sociale, entro maglie che riconoscono nel contagio la colpa, nei tocchi la trasmissione del male che quello stesso corpo ha cercato facendo ‘cose cattive’ e in esse è mutato), si ricollegano entro dinamiche di ‘movimento’, ammissioni di variabili spesso imprevedibili e incontrollabili che spostano equilibri, costringono i corpi a mutare percezioni, intenti, energie.

“L’incidente mi ha messo di fronte alla verità che il corpo muta n continuazione, a diverse velocità e che è, nonostante tutti gli studi e le analisi, un anagramma difficilmente decodificabile.

I corpi raccontano storie che non sempre è possibile comprendere. I corpi cambiano. […] Il corpo umano è legato al movimento. Noi immaginiamo i corpi come una somma di gesti, guizzi, scatti. I corpi vivi sono il movimento. Concepire un corpo vivo immobile per sempre è quasi un controsenso. […]… quella che era la tua casa, quello che eri tu – e cioè il tuo corpo – diventa d’improvviso altro da te. La cosa strana è che di molti non ricordo bene il volto, a di tutti ricordo i corpi.”
(pag.136- il corpo saggio di Barbara Garlaschelli)

“I malati di Aids, dunque, sono definiti da un destino doppio, che combina la morte fisica con la morte sociale, e che è l’origine e la conseguenza della loro invisibilità. L’Aids è un segno che non può essere cancellato. Esso possiede una potenza narrativa che risiede nella sua capacità di determinare una revisione radicale nell’anatomia del corpo e nel produrre un nuovo tipo di soggetto sociale: né maschio né femmina, né bianco né nero, né ricco né  povero, questo corpo è qualificato soltanto dalla sa necessaria esclusione dalla collettività. […] L’immagine del corpo del malato come contenitore infetto produce la necessità di prendere distanza da esso, designandolo come anomalo e dunque irrevocabilmente Altro.”
(pag. 166 – visioni per ciechi di Nicoletta Vallorani)

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Sempre entro lo stesso filo sottile, una settimana fa Federica Sgaggio mi segnalò una mostra che stava visitando su Francis Bacon:

Francis Bacon's studio (dal dublin city gallery the hugh lane)

Federica ne ha scritto (grazie): Bacon mi sta dicendo qualcosa.

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