La 'variabile umana autore'
Analizzare un’opera letteraria, sia essa romanzo, racconto, saggio o altra forma scritta, implica inequivocabilmente lettura e studio quanto meno delle sue caratteristiche principali.
Nelle modalità attuali, però, mi sembra ci sia sempre più frequentemente la necessità di focalizzare attenzioni sullo scritto in sé, eventualmente ‘rivoltandolo’ in ogni sua parte, entro elementi linguistici, stilistici, simboli, strutture, tematiche, gestione di spazi, tempi e personaggi nonché in alcuni – più rari – casi entro percezioni, sensazioni che la lettura dello stesso lascia.
Mi pare però, che in tutto questo l’autore tenda a scivolare, la sua voce resta frequentemente inascoltata o appena percepita. Non si tratta di ‘chiedere’ all’autore ‘qualcosa’ sul suo lavoro, si tratta piuttosto di scavare assieme all’autore per rintracciare alcune variabili che hanno definito la formulazione del nocciolo dell’opera stessa.
Scrive Foucault: “ il testo porta sempre in se stesso un certo numero di segni che rinviano all’autore”. Questi segni che non sempre si rintracciano facilmente, o è possibile comprendere anche per difficoltà di tempi e opportunità, questi segni sono evidenze di una variabile importante altrettanto quanto le altre sopraelencate (lingua, stile, forma, scelte espositive…).
L’impressione che ho, a pelle, è che la ‘variabile autore’ che in realtà è una ‘variabile umana’ attualmente sia la prima a subire eliminazioni quando ci si avvicina a un’opera. La ‘variabile umana’ non è dunque, come anticipo poco sopra, un approccio da richiesta diretta, intervista o formule simile, non solo. E’ l’ammissione e il tentativo di guardare negli occhi l’autore, ascoltare la sua voce e trarne considerazioni, analisi anche alla luce delle sue opere. L’autore è variabile, non esclusiva io credo, non prioritaria ma resta uno degli spicchi che compongono l’intero. Un intero che è poi cresciuto, si è coltivato ‘oltre’ le mani, l’immaginazione, gli intenti di chi l’ha seminato. Eppure in quell’intero una piccola fetta è ‘variabile umana-autore’.
Ma oggi non c’è tempo per approfondire tutto, non c’è la possibilità pratica di entrare in un’opera letteraria in ogni sua piega. Allora il primo ‘taglio’ è quello della carne pulsante. La variabile forse più ingestibile. Quella che scatena problematiche anche logistiche (trovare il modo e lo spazio per incontrare l’autore, ascoltarlo, seguirne voce e corpo). E’ la variabile che meno si presta a definizioni e regolamentazioni schematiche. Le altre, come la lingua, le strutture, le scelte stilistiche e di approccio verso una storia; le altre sono comunque mediamente riconducibili a ‘schemi’ più o meno ‘universali’ e applicabili nella analisi di critica letterarie. L’umano no. L’umano sguscia.
Scrive Foucault: “ Mi sembra, per esempio, che la maniera con cui la critica letteraria ha, per molto tempo, definito l’autore – o piuttosto costruito la forma-autore a partire dai testi e dai discorsi esistenti – sia derivata abbastanza direttamente dalla maniera con cui la tradizione cristiana ha autentificato (o al contrario rifiutato) i testi di cui disponeva. In altri termini, per ‘ritrovare’ l’autore nell’opera, la critica moderna usa degli schemi molto vicini all’esegesi cristiana quand’essa voleva provare il valore di un testo con la santità dell’autore.[…]… l’autore è ciò che permette di spiegare tanto bene la presenza di avvenimenti in un’opera quanto le loro trasformazioni, le loro deformazioni, le loro diverse modificazioni…[…] L’autore è ugualmente il principio di una certa unità di scrittura. […] L’autore è inoltre ciò che permette di sormontare le contraddizioni che possono svilupparsi in una serie di testi… […] Infine, l’autore è un certo centro di espressione che, sotto forme più o meno compiute, si manifesta altrettanto bene, e con lo stesso valore, in opere, in brogliacci, in lettere, in frammenti, ecc. […] Sarebbe altrettanto falso cercare l’autore dalla parte dello scrittore reale quanto dalla parte di quel locutore fittizio, la funzione-autore si effettua nella scissione stessa – in questa divisione e a questa distanza.”
La posizione entro cui ragiona Foucault, in realtà è quasi opposta rispetto a ciò che mi sembra di avvertire oggi, nel senso che ‘la critica letteraria moderna’ con cui Foucault si confronta afferra l’autore e lo radiografa per rintracciare in esso il valore dell’opera. In altri termini, ciò che era l’autore sulla base degli schemi valutativi; il suo peso specifico insomma, determina direttamente il ‘valore’ della sua opera che ne porta segni indelebili.
Ma oggi il processo pare invertito o comunque in contro tendenza (come osservazione generale evidentemente).
Si legge e si dibatte di libri, di scritture, e in molti casi poco o nulla si sa dell’autore. Ma soprattutto, sottolineo io, al di là di avere o meno informazioni biografiche ‘fredde’ o altre affini; soprattutto non lo si è mai visto direttamente, sentito parlare, ascoltato nel modo in cui comunica, per ciò che è. Allora – forse- è questo uno dei ‘vuoti’ lasciati dalla contemporaneità che preferisce stringere un certo numero di interni ‘monchi’ con parti mancanti e dunque impossibili da gustare e trattenere a pieno piuttosto che rinunciare a riempiere il proprio paniere.
Lo sforzo, potrebbe non essere, in realtà poi così ‘estremo’ e affaticante. Nel senso che pur nell’impossibilità di una comprensione ‘assoluta’ (che di fatto non esiste), il piccolo scarto, un passo verso il ‘fattore umano-autore’ arricchirebbe di molto la comprensione e la vicinanza o lontananza con un’opera.
Scrive ancora Foucault: “ Si tratta di togliere al soggetto (o al suo sostituto) il suo ruolo di fondamento originario, e di analizzarlo come una funzione variabile e complessa del discorso”.
Io oggi aggiungerei a margine: Si tratta di recuperare la funzione variabile e complessa dell’autore entro un discorso nel quale non è né fondamento né estraneo bensì appunto variabile, ingrediente, parte.
La progressiva perdita o comunque scivolamento dell’approccio umano anche in storie che vivono nella carne della carta, ne favoriscono l’impoverimento. Approccio umano, come già accennato in precedenza, da intendersi in senso ampio, non sottintende conoscenze approfondite e perduranti nel tempo con l’autore bensì anche piccoli gesti concreti, come partecipare a iniziative, seguirne le tracce della voce appena oltre il margine del foglio. Cinque, quindici, trenta minuti? Ore? Non mi sembra poi così fondamentale la quantificazione.
Quello che so per certo, e non si tratta di teoria o dialettica bensì di constatazione basata sulla pratica diretta, è che l’assorbimento, la comprensione e la decodifica di un’opera, per me fin ora è stata enormemente più fonda e intensa quando mi è stato possibile almeno sfiorare la ‘variabile umana-autore’. Sfiorare.
[Estratti di Foucault dalla conferenza-dibattito del 22-02-1969 presso la ‘Société française de philosophie’]
Barbara Gozzi
21 novembre 2009
categoria: corpi, foucault, progetto corpi














... un fatto teoricamente pesante, un fatto grave, nel momento in cui viene lasciato sospeso non cade, resta sospeso, gonfiato dall’elio del nostro cosiddetto carattere nazionale: la tendenza all’indistinzione, la riduzione al farsesco, l’incapacità storica di fare i conti con la responsabilità. [...] Il fatto grave non genera conseguenze, e se le conseguenze – le responsabilità connesse all’analisi delle conseguenze – sono ciò che misura la dimensione dei fatti, è come se questi fatti non ac-cadessero.

