Oggi sono usciti due progetti.
E mi rendo conto che interessa il giusto, poco. Niente.
Nel senso che ciò che 'sta dietro' la divulgazione (perfino di quella on line, veloce, immediata, alla portata di tutti), non interessa ed è giusto.
Comunque due progetti a cui ho lavorato nelle scorse settimane e che piano, piano, nelle prossime entreranno nell'etere, si diffonderanno a modo loro.
Ho ascoltato voci, fatto domande, aspettato, letto e ragionato, rielaborato e decodificato. Ho incastrato idee con strumenti, virato, cercato nuovi sguardi, altri approcci, punti di vista e contraddizioni. Ci ho provato almeno, poi. Quello che ne è venuto fuori è.
Oggi dunque ci siamo.
On line.
A disposizione di chi eventualmente volesse sbirciarli, criticarli, commentarli ect. Poi.
Siccome di tre persone a cui l'ho detto a voce, la risposta immediata è stata la stessa (tre su tre è un cento per cento nettissimo, schiacciante) ovvero 'Ma quanto ti pagano?'.
Allora.
Vi auguro buon week end che per adesso ho dato.
Non imporata niente. Eccetto.
Senza quello non è niente, non sei niente, neanche si sta a spendere parola, arieggiare palati.
E se avevo un minima (ma proprio minima) intenzione di farlo sapere ad altri, amici vari che qui on line potrei rintracciare facilmente (pur non avendo mai amato taggamenti o mail informative a go-go), SE. Ora mi è passata del tutto.
Per carità!
Vade-retro.
Che di energie pare ne abbia già spese troppe e male.
Pare.
----------------------------------
Aggiungo un'altra annotazione, mentre la mente insiste, prosegue a rosicchiarsi, strapparsi.
Ho iniziato a scrivere in un certo modo dieci anni fa o poco più. Prima erano solo parole assemblate. Leggo dal doppio del tempo, da almeno quindici anni a briglia sciolta, oltre le imposizioni prima dell'istruzione pubblica poi delle vetrine.
Eppure, nonostante i cambiamenti, le cadute, gli arricchimenti, gli entusiasmi e i crolli. Eppure.
Insisto.
Ne ho bisogno.
E mi becco le bastonate.
Il 'lavoro'. Laaaa-voooo-roooo. E' tale solo se ci sono certe condizioni. Non si scappa.
La fatica, l'impegno, le energie, il tempo, il 'valore aggiungo' che è la rielaborazione, il metterci 'del tuo'. Non importano, non sono rilevanti.
E non è un problema di meritocrazia.
Ma proprio di mentalità.
Una donna, al punto in cui sono io, sui trenta, non se le può permettere certe 'cose'. I sogni per esempio, tendono a scivolare nello sconveniente. E se ci si prova, a realizzarli tra mille compromessi, flettendoli e adattandoli il più possibile. SE. Si diventa ridicoli. Bizzarri. Anche matterelli, perché no? Non-conformi. Non-adatti. Non-pronti. A cosa? Alla vita, potrebbe rispondermi più d'uno e mi scappa un mezzo sorriso ironico. Allll-la vittttt-ta.
Ti devono pagare.
Niente di più semplice.
Allora si che acquisti in postura.
Petto in fuori e mento alto, passo dritto e deciso.
Occhiale da sole, valigetta (un must evergreen dal risultato garantito).
Poi le frasi magiche.
Scrivo per blabla. Collaboro con blabla. Sono blablabla per.
Sorriso Colgate (ma anche Durbans, se proprio).
Si è, solo se qualcuno lo riconosce?
Si fa, solo se qualcuno lo nota? Cossssse da matttttti.
Ultimamente miscelo strumenti web, aggregatori e social network. Non so. Mi pare di collegare fili, il più delle volte. Fili miei, che vengono dal pozzo fondo e scuro, e di altri che attorno a me ci sono (non li vedo da dove sono, ma ci sono) e c'è - sento - appunto un collegamento, una vicinanza, una possibilità di incastro/incrocio che è certamente 'Neurons's dance'. Ma anche altro forse. Ascolto. Un afferrare per evitare inutile dispersione.
Allora.
Suggerisco la lettura di un pezzo pubblicato da Giulio Mozzi, su Vibrisse (cliccare sull'immagine per accedere al link).
Su Twitter ho scritto di pancia: La parola può assopire il dolore più vivo (Giulio Mozzi). Santocielo-ma-allora-qualucunaltro-c'è. 13 minutes agofrom web Assopire forse. Ma anche assor-bire, io credo. Risu-cchiare. E restituire con lo stesso dolore solo -magari- meno. Un pò meno. Può. Si. Può. 7 minutes agofrom web Prima ancora, su Fb: Testo di Giulio Mozzi. Lungo si ma così 'può' dire-essere. Eventualmente da stampare, se proprio il video ingarbuglia gli occhi. Certe volte il 'giusto' tempo per la neurons's dance è necessario, va afferrato e preteso.
E ci sarebbero diversi stralci di questo testo che meriterebbero considerazioni, secondo me.
Dico che noi facciamo un.’esperienza quando, per un motivo o per l’altro, ci troviamo sbalzati fuori dal mondo, e gettati in mezzo alle nude cose. Le cose nude sono quelle che non sono vestite di precomprensione – quelle alle quali noi non riusciamo a gettare addosso subito, appena entrano nel nostro campo, una precomprensione. Quindi, a essere precisi, quelle che non entrano nel nostro campo, pur essendo là.
Il mondo è ordinato. Il mondo è precompreso. Il mondo ha senso. Il mondo ci dà soddisfazione. Il mondo è ciò che noi siamo.
Le cose nude sono un caos, non sono comprensibili, non offrono nessun senso, non danno soddisfazione. Le cose sono un altro. Le cose non ci sono, pur essendo là.
(estratto dal testo linkato)
E ora penso.
Che tutto ha un (non)senso.
Che da lontano ci ho provato, a restarti (in)visibile.
E ho sentito, tanto ho sentito sapendolo forte dentro(per)attraverso me.
Ma finisco sempre qui, ora mi (intrav)vedo.
Io, non io.
Con quel provare, afferrare, sapere e lottare solo miei. Solo.
Abbastanza per aprire occhi, chiudere sogni, spostare mobili e carezzare gatti. Non.
Per dir(ti)mi che esiste una parola precisa, che pulsa e (ir)rompe in me.
Io la conosco. Mi sfida ogni volta che tenta di sgusciare tra saliva e papille gustative.
E ora penso che tu - tu - non la sfiorerai neanche con lo sguardo, quella parola. Resterai lontano, immobile, come sempre pre-sente ma in-toccabile.
Solo così, forse, puoi.
Vuoi.
Viver(mi).
Insistere e resistere.
Avere e rifiutare.
(Non) Credere.
Testo di Bg.
Canzone: Power of love - Frankie goes to Hollywood
Il bisogno di un abbraccio, è implacabile. Quando arriva, si artiglia, non conosce sazietà, né stanchezza.
E succede sempre nei momenti più assurdi, quando non si può niente, sarebbe scon-ve-niente, in-accetta-bile, ri-schioso.
I bisogni, in generale, sono condanne. Spesso portano a dipendenze, se assecondati troppo. Oppure a ossessioni sconfinanti in deformazioni se assecondati poco.
Ma questo, che richiama carne e calore. Consolazione. Abbandono tra braccia sicure, ferme, fidate.
Questo è costola demoniaca. Tentatrice. Demolitrice. Succhia-linfa.
Gli abbracci non sono poi così complicati, dice la voce bambina. E ha quella pacata innocenza che non si può contraddire. Eppure. E' una verità a metà, un guardare il reale attraverso prospettive fisse, che non crescono, non conoscono esperienze.
Abbracciare ma soprattutto lasciarsi abbracciare, che è anche cedere, crollare, assecondare la forza e il sostegno altrui. Dimenticarsi di maschere, convenzioni, regole e dogmi universali. Abbandonare barriere, aprire porte ed infilarcisi. Chiudere gli occhi e lasciarsi premere dalla pelle altrui, calore rassicurante, alcova di serenità dove ciò che è, è (punto). Dove non si chiede altro, solo questa stretta. Nessuna logica. Azzeramento di debiti, cancellazione di crediti. Tutto questo è terribile. Terribilmente potente.
Capita spesso che il demone arrivi quando attorno c'è troppo caldo, metà pomeriggio, o troppo silenzio sospeso, notte fonda. Forse basterebbe chiedere. Baste-rebbe. Ba-ste-reb-beeee.
Ma non.
E il corpo piange, sente il freddo dell'aria attorno, la mancanza, che appesantisce e quell'inquietudine strana, diversa perché non cerca, attende. Implora.
L'abbraccio-abbandono è pericoloso. Riempie troppi recipienti e tutti in una volta.
Eppure.
Anche chi non l'ha mai provato, se annusa l'aria in certe ore, se smette di dimenarsi, blaterare e ragionare di altro che non sia il suo, se si concede. Lo sente arrivare. O già ce l'ha addosso. Arrotolato attorno alla pancia, si allunga attraverso il petto e si ferma alla base del collo. Lì sonnecchia, respira rumoroso. Il bisogno di un abbraccio. Un abbandono che è luogo oltre tempo e spazio, ruoli e legami, attese e desideri. Oltre doveri e fatiche. Oltre il Male, il Dolore, la Paura. Oltre l'essere.
Se mi avvicino. Mi abbracci. E restiamo così. Io chiudo gli occhi, non mi muovo. Così, stringendoci e respirandoci. Se mi tieni. Forte, forte. E io ti lascio fare, sono. Poi mi lascerai andare?
------------------------
Ho in testa questa canzone da qualche giorno, ritrovata in un vecchio cd registrato chissà quando, anni e anni fa. Non ha un nesso preciso con gli abbracci, non in superficie. Forse sono le immagini del video rimaste impigliate nella mia mente, che ricordavo e sono tornate. Forse è solo la melodia. Le parole stavolta le sento inghiottite dal resto che, più forte, mi si è aggrappato da qualche parte, oltre. In ogni caso, con questa canzone si può restare abbracciati e basta, io credo. Almeno. Io potrei.
Ciò che viene lasciato dagli altri sedimenta in memorie, resta attraverso i ricordi ma se non lo si 'vive', è destinato a morire molto prima della carne. Le persone che se ne vanno ci lasciano doni preziosi, capaci di maturarci dentro, di restarci germogliando nel nostro fondo. Limitandoci a spolverarli, li perdiamo ogni giorno un po’. E’necessario viverli, i morti, i loro volti, sorrisi, parole e gesti. Solo così la carne trasmuta in altro.
(Ferrara, omelia al funerale di E.S., Sabato 27 giugno 2009, mattina umida e piovosa)
Decodificare è un processo (ir)reversibile. Una volta appreso, applicato, liberato tra strati di profondità, non è possibile 'spegnerlo'.
Ieri sera è arrivata una telefonata. Una di quelle storte già per come si infilano tra i timpani. Storte perchè l'aria sente e trasmette che qual-cosa stride, sfrega, gratta ancora prima di essersi presentata.
Stanotte ho pensato. C'è bisogno di silenzio, del giusto silenzio per assimilare, focalizzare poi esplodere. C'è bisogno dello spazio adatto, per poterlo fare, per non diventare sconveniente, imbarazzante per gli altri ( sia mai ). C'è bisogno di staccarsi da tutto, dal solito mondo che continua, corre, rulla, ride e piange, in-cede, pro-cede. E ho riascoltato. My soul is painted like the wings of butterflies, Fairytales of yesterday will grow but never die, I can fly - my friends,The show must go on (go on, go on, go on) yeah yeah...
Non ne scriverò, ho deciso ed erano le tre credo. Non domani almeno, non nel week end. Buoni propositivi, cattivo esecutore, sto pensando ora.
Usare parole è tutto quello che mi resta. E' la mia unica 'arma espressiva', cruccio e consolazione, gabbia e libertà. Altro in effetti, non ho.
Allora svegliandomi intontita, ore sei e qualche sputo nebbioso, non ho avuto dubbi. Accendendo il fornello per la moka. Infilando una maglia poi un'altra (ieri notte mentre io mi anestetizzavo, fuori pioveva, tuonava. Ora resta il grigio pesante dell'umidità, per quanto non è dato da sapere).
Un sorriso grande ma non largo. Sottile eppure di un calore dolce, buono. E quel tono, vagamente roco ma non forzato, così erano le sue corde vocali.
Una vita diversa, scelta così, voluta (ma fino a che punto, fino a quando non lo saprò mai).
Era lo zio, da bambina bastava questo. Anche se in realtà non lo era, mio zio, ma quello di mia madre, in quegli incastri di parentele, ragnatele fitte e rade, contorte in un modo che non si può neanche tentare di guardare.
Era lo zio che veniva ogni tanto a trovare il nonno. Suo fratello per intenderci. Arrivava in bicicletta (Ferrara e la sua periferia, chi la conosce sa, sono zone da bicicletta, al massimo autobus ma poco altro, è una città che ancora abbraccia i silenzi e i tempi delle campagne, del suo attorno fatto di piccoli alveari, frenesia composta). Dunque lui arrivava, entrava dal cancello alto (rigorosamente marrone scuro ridipindo ogni anno dal nonno con la passione e l'attenzione del restauratore di opere d'arte). Io gli correvo in contro, il più delle volte. Quando arrivava lo zio c'era da divertirsi, io-bambina lo sapevo. Perché lui era così. Allegro, un pizzico ironico, con le gote piene e rosee. E quel sorriso.
Aveva un odore dolciastro, lo ricordo pungente, aromatizzato.
Non parlava di sè, quasi mai, o forse ero - sono stata - troppo lontana in età per essere ammessa alle tavole rotonde, ma ne dubito. Perché proprio nella sua vita, nel cosa aveva fatto e come, si tenevano strette le scelte (attente a non perdere la presa, cadere, allontanarsi). Quelle diverse. Non usuali.Strane proprio, ho sentito dire negli anni.
Poi questioni di soldi sempre in galleggiamento, digerimento continuo, i soldi non se ne vanno mai, neanche da morti.
Ne ho sentite tante, sullo zio. Su quelle scelte che istintivamente infastidivano. Poi incuriosivano. E ancora scatenavano temporali, stroncature che erano tagli netti. Velati sorrisi. Rughe marcate sulla fronte. Sussurri. Sospetti. Rabbia. Ingranaggi in perenne movimento, strusci costanti.
Ne ho sentite davvero tante.
Ma l'andarsene da qui, no. Stessa melodia. Un disco rotto che attraversa tempo, spazio e corpi. Membra malate e un certo vuoto attorno. Per-chè e per-come sarebbe lunga da spiegare, ammesso che lo si possa fare davvero.
Lascio queste tracce, qui. Non hanno un senso. Non devono. Non interessano, non importa. Sono le mie parole, quelle che da dentro proprio non posso trattenere oggi. Domani ancora non so, cosa-sarà. Un non-addio sicuramente. Non posso lasciar andare quei pezzetti del mio passato. Non posso chiudere porte e voltarmi altrove. Sto. Re-sto. (Mi) Ascolto. Osservo. Registro. Attendo.
Son cose che capitano. Pare. Mi hanno detto. E non si deve, mai, mai, mai cedere. Perchè? Io non lo so. Non aspettare consolazioni (di carne o pulviscolo). Con-so-la-rsi da cosa poi? Dalla perdita, certo. Lo strappo. La melma che pulsa, io la vedo. Io-la-vedo. Credo stia lì il problema. Vedere e sentire e non poterlo fare, quel proseguire come sempre che invece riesce bene agli altri, pare.
Strana lo sono anch'io, senza alcun dubbio. Non giusta. Non adatta. Imbarazzante. Sconveniente. Diversa. In tutte queste parole, forse, restiamo vicini zio.
--------
--------------------------------
Un pezzo a cui tengo molto (per diversi motivi, necessità quanto pathos), che doveva uscire oggi per le congiunzioni astrali che come sempre sanno cos'è il tempismo e se lo ingoiano intero.
Ringrazio Cristiano Governa. Per cosa è inutile (spiegare).
E la redazione di AgoraVox.
Non è il modo adatto, lo so, per dare risalto a questo che è stato un approfondimento, ma anche un lavoro fatto di sudore, impegno e scavi.
Chi lo leggerà spero capirà senza troppi profumi tentatori, glitter fulminanti, annunci urlanti e invasioni di cavallette.
Una scheggia sensuale, pezzetti di un certo sentire, desiderare, vivere.
Il suo habitat - l'unico possibile, io credo - è questo.
E un ringraziamento che non è consuetudine, a Francesca Mazzucato, narratrice, osservatrice, e preziosa compagna di scoperte, condivisioni e virate.
Alcune immagini contenute nel presente
blog sono state prese liberamente
dalla rete dove le ho trovate.
Nel caso se ne desiderasse la
rimozione o la specifica
dell'autore, basterÃ
contattarmi via email.
Attenzione!
Sono vietati commenti offensivi,
pornografici o violenti.
L'autrice del blog si riserva
la facoltà di cancellare ogni
commento ritenuto non idoneo.
PRIMA DI INSERIRE UN
COMMENTO RICORDATE CHE IL
VOSTRO IP VIENE REGISTRATO
DAL SISTEMA.